Pensieri · 18 ottobre 2019

Il mio tributo al Dio degli infortuni

Una caduta banale nel tratto più facile, una placca in titanio e tanti ricordi (anche divertenti) dal pronto soccorso alla fisioterapia.

È inutile nasconderlo: per noi che pratichiamo questo sport la possibilità di cadere dalla bici è sempre preventivata. Per fortuna, però, la passione scaccia subito questo pensiero dalla mente. Così continuiamo a pedalare spensierati, lanciandoci in imprese che spesso è bene rimangano “segrete”, specialmente in famiglia.

In MTB, diciamocelo con franchezza, le piccole cadute non sono poi così rare, soprattutto nei tratti tecnici più impegnativi. E le occasioni per assaggiare il terreno non mancano mai! 😉

La legge di Murphy del ciclista

Un giorno, al rientro da un allenamento particolarmente duro e tecnico, accade l’inaspettato. Mi trovavo nel tratto più scorrevole e “facile” del percorso. Nel limare una curva, manco fossi in una gara di Superbike, mi ritrovo a terra in un secondo.

Mi rimetto subito in piedi. Il mio primo pensiero? La bici! (Sti ciclisti, tutti malati…).

Non ho mai capito davvero cosa sia successo. L’unica cosa certa è che la corona era piegata a metà. Probabilmente ho urtato una pietra, rimediando una rovinosa caduta.

Già, rovinosa. Ero riuscito ad alzarmi, è vero, ma il braccio destro era come addormentato. Non rispondeva più ai comandi. Per fortuna ero con Filippo ed Alfio, compagni e fratelli di mille uscite. Avvertiti da un altro ciclista che aveva assistito alla scena, sono tornati subito indietro. Filippo è corso a prendere la macchina, mentre Alfio mi ha spinto la bici fino alla strada asfaltata.

La corona della MTB, smontata, piegata a metà La corona piegata ancora montata sulla bici, vista da vicino
La corona piegata a metà

“Amore, sono caduto…”

Rientro a casa. “Amore, sono caduto… andiamo in ospedale? Vedrai che con una manovra mi sistemano il braccio”, dico io per minimizzare. A mia discolpa, ne ero davvero convinto: non sentivo alcun dolore, la sensazione era solo quella di un braccio intorpidito.

Ci avviamo al pronto soccorso. Io sono ancora vestito da ciclista dalle sei del mattino, dopo ore di MTB: impolverato, provato e con un odore decisamente “maschio”. Segue una lunga attesa, la radiografia e ancora attesa per il referto.

In sala d’aspetto, una donna mi fissa e mi chiede:

— “Sei caduto con la bici?”

— “Sì…”, rispondo io.

— “Ben ti sta!”, esclama lei secca.

Lì per lì resto basito. Poi aggiunge: “Anche mio marito è ciclista. Se cade e si riduce così, lo ammazzo io!”.

Tutto spiegato: un’altra moglie di ciclista imbestialita! Solo più tardi scoprirò che, per puro caso era la moglie di un mio compagno di squadra (ciao Tiziana! 😂).

In sala d'aspetto con il braccio al collo, ancora in tenuta da ciclista
Al pronto soccorso, ancora vestito da ciclista

Il verdetto

Torniamo al braccio. Entra la dottoressa con il referto: “C’è una rottura”. Pensai: Pazienza, porterò il gesso per un po’.

“Una brutta rottura”, continua lei. “Testa e collo dell’omero frantumati. Lei è ancora giovane, le consigliamo l’operazione”.

In poche ore sono passato dall’idea di “risolvere con una manovra” a quella dell’ingessatura, fino ad arrivare direttamente al tavolo operatorio.

Per farla breve: ricovero, intervento e bilancio finale con una placca in titanio da 10 cm e 7 viti, alcune delle quali passanti da parte a parte.

In ospedale

I giorni di degenza nel reparto di ortopedia non sono mai un’esperienza piacevole, ma tra un doloretto e l’altro i ricordi divertenti non mancano.

A partire dall’indimenticabile colloquio con l’anestesista prima dell’intervento:

— “Dottore, io non voglio sentire assolutamente nulla. Qualsiasi cosa abbia in mente di darmi, le chiedo solo una cosa: abbondi!”.

E devo dire che mi ha preso alla lettera! Non solo non ho sentito un briciolo di dolore, ma ho dormito come mai in vita mia, facendo viaggi verso mondi fantastici per i quali continuavo a “volare” anche a distanza di giorni.

Durante l’operazione, però, ero parzialmente vigile. Ricordo chiaramente di aver assistito a un battibecco tra il chirurgo che mi stava operando e il tecnico responsabile delle protesi. Nel mio stato di dormiveglia ho pensato terrorizzato: “Ecco, vedi questi? Ora va a finire che mi montano il braccio al contrario!”.

Non è tutto: nella fase finale, mentre mi ricucivano, gli specializzandi al lavoro — un uomo e una donna — hanno ben pensato di ingannare il tempo flirtare apertamente. Lui ci provava spudoratamente con lei sopra il mio braccio aperto. Un siparietto surreale!

Disteso nel letto d'ospedale, con una statuina di Capitan America sul tavolino
In reparto, con un supereroe a farmi compagnia

Il calvario del post-operatorio

Fino a qui, per modo di dire, era andata “bene”. Il vero calvario è stato il post-operatorio. Questo tipo di frattura non prevede il gesso, ma solo un tutore/benda. Per 40 giorni ho provato quello che vive chiunque subisca interventi simili: notti insonni, impossibilità di fare qualsiasi cosa, incapacità di guidare o di dare una mano in casa con le mille incombenze quotidiane. (A questo punto si potrebbe aprire una riflessione su quanto noi uomini siamo utili in casa, ma la chiudo subito per evitare autogol!).

Arriva il giorno della visita di controllo: “Operazione riuscita! Togliamo benda e punti!”.

Sembrava la fine del tunnel, e invece no. Il braccio andava completamente rieducato: in quel momento era solo un’appendice incontrollata del mio corpo. Risultato? Altri 4 mesi di fisioterapia.

In tutto questo, i parenti non hanno fatto mancare il loro accorato supporto morale: “Hai visto? Ora basta con questa bici!”.

Mia moglie, invece, non ha detto nulla. Il dolore più grande non è stato quello al braccio, ma la consapevolezza di aver aggiunto al suo già pesante lavoro quotidiano la gestione di un “handicappato” da accudire.

Radiografia della spalla destra con la placca in titanio e le viti nell'omero
La placca in titanio da 10 cm e le sue 7 viti

Oggi

Sono passati anni da quel giorno. Sto bene, non sento più alcun dolore.

Ho voluto condividere questo ricordo sul blog perché so che è un episodio comune a tanti altri appassionati di questo sport. Nonostante tutto, continuo a pedalare spensierato. La passione prevale sempre sui brutti ricordi e, chissà, magari in cuor mio mi illudo soltanto di aver già pagato il mio tributo al Dio degli infortuni!

#infortuni#mtb#ricordi

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